Perché i budget per l'AI sforano
L'errore sta nel gestire l'AI come una spesa tecnologica, invece che come un sistema economico. Il software ha una struttura dei costi molto più prevedibile: si acquistano licenze per gli utenti, si pagano canoni, si conosce in anticipo la spesa e i costi aumentano solo quando cresce il numero di dipendenti o si rinnovano i contratti.
Con l'AI, questa prevedibilità viene meno. Il costo dell'AI dipende dall'utilizzo effettivo: dalle richieste formulate, dal livello di ragionamento richiesto ai modelli e dal volume di attività gestito dai sistemi di AI. Sempre più spesso, inoltre, gli utenti non sono persone ma agenti e i flussi di lavoro automatizzati consumano inferenze 24 ore su 24, senza che sia possibile ridurre il personale o il numero delle licenze.
In quasi tutte le implementazioni esaminate, incluse quelle interne ad Accenture, una piccola percentuale di utenti e processi concentra la maggior parte dei consumi: meno del 10% genera la grande maggioranza dei costi. La tendenza è inarrestabile; in alcuni dei nostri ambienti, le richieste di aumentare i limiti di spesa individuali arrivano a centinaia ogni giorno.
Man mano che l'AI entra nel tessuto dell'azienda, il consumo aumenta con ogni nuovo flusso di lavoro, agente e modalità. I chatbot diventano agenti. Gli agenti diventano team di agenti. Il testo si espande in generazione multimodale con immagini, video e audio. Nel campo del lavoro fisico, i robot autonomi utilizzano la stessa infrastruttura di inferenze, per cui ogni decisione ed eccezione comporta un costo in token che l'azienda non ha pianificato. Man mano che i casi di utilizzo si moltiplicano, la curva dei consumi cresce in modo esponenziale. Goldman Sachs prevede che il consumo di token raggiungerà circa 120 quadrilioni al mese entro il 2030, circa 24 volte il livello attuale. Le aziende che considerano l'uso odierno come il punto di riferimento per la pianificazione stanno basando le proprie decisioni su una realtà destinata a non durare.
La sicurezza aggiunge un ulteriore costo nascosto, che nessuna organizzazione può permettersi di trascurare. Quanto più un'azienda aggiunge modelli, agenti, dati e sistemi connessi, tanto più deve difendersi. Le attività di difesa, dalla scansione continua ai controlli degli accessi, dal monitoraggio delle minacce alla risposta rapida, fanno aumentare ulteriormente i costi di ogni implementazione. Raramente compare nel piano iniziale di spesa ma cresce con ogni nuovo agente e con ogni nuova integrazione.
È il paradosso di Jevons applicato all'AI: proprio come l'aumento dell'efficienza delle macchine a vapore portò a un maggiore consumo di carbone nella Gran Bretagna dell'Ottocento, il calo del costo dei token induce le aziende a intensificare l'uso dell'AI. Con la riduzione dei costi, infatti, molte attività che in passato non erano economicamente giustificabili diventano improvvisamente convenienti.
La nostra simulazione[3] prevede che, se oggi i prezzi dei token scendessero del 25%, solo il 15% delle organizzazioni risparmierebbe. Il resto reinvestirebbe in nuovi casi di utilizzo, carichi di lavoro estesi o modelli di qualità superiore. Dire ai dipendenti di utilizzare meno l'AI non è la soluzione, perché limita i guadagni di produttività che l'AI ha il compito di sbloccare. La soluzione è instradare la nuova domanda verso il modello più economico in grado di svolgere il lavoro, in modo che lo stesso budget venga distribuito su più lavori e abbia rendimenti più misurabili.
Una seconda forza è altrettanto importante: la frontiera di Pareto, ovvero il miglior equilibrio possibile tra costo e valore. La maggior parte delle aziende spende troppo per attività che non lo giustificano oppure assegna i compiti al modello sbagliato, lasciando valore inutilizzato. Le organizzazioni più avanzate colmano questo divario, associando ogni attività al modello più adatto e al costo ottimale. Inoltre, spostano continuamente questa frontiera attraverso tecniche come la compressione dei prompt, una cache più efficiente e la distillazione dei modelli.
Un esempio concreto: una presentazione di chiusura trimestrale che un tempo richiedeva 15 ore di lavoro da parte di tre analisti finanziari oggi può essere realizzata da una sola persona in due ore, con un costo di poche centinaia di dollari in token contro migliaia di dollari di tempo recuperato. Questo è il tipo di equilibrio che la frontiera di Pareto aiuta a misurare. Il vero ritorno non sta nel risparmio di token, ma nel valore generato dalla capacità liberata e reindirizzata verso attività più strategiche. È in questo passaggio, misurato rispetto a risultati di business già monitorati dall'organizzazione, che la spesa per i token si trasforma in rendimento.
È l'effetto combinato di queste forze a rendere la tokenomics una leva strategica. Quando le aziende imparano a ottenere più valore con meno risorse, la frontiera continua ad avanzare: la qualità cresce, i costi si riducono, si aprono nuovi casi d'uso e il consumo di AI aumenta. La disciplina consiste nel comprendere dove l'AI crea valore, quando trasformare l'efficienza in risparmi e come reinvestirli in modo efficace.
La regola del modello
La prima regola è quella di abbinare il livello di intelligence al valore e al rischio dell'attività da svolgere. Ecco un punto di partenza: in tutti i settori, prevediamo che solo il 10-20% delle attività aziendali sia sufficientemente complesso da giustificare le capability dei modelli all'avanguardia (modelli di frontiera) o comunque più potenti.
Il test più utile è questo: se un'attività può essere scomposta in passaggi ben definiti, probabilmente sarà sufficiente un modello più piccolo; bisogna ricorrere ai modelli di frontiera solo quando il lavoro è irriducibilmente complesso, quando scomporlo fa perdere l'intuizione, quando gli errori si propagano lungo intere catene di agenti o quando la risposta si trova all'intersezione tra valutazioni di natura legale, finanziaria e normativa.
Soltanto poche attività rientrano in questi casi. Il ragionamento complesso è uno di questi: quando un Chief Strategy Officer valuta il posizionamento competitivo, le tendenze macroeconomiche e i dati finanziari di un potenziale target di acquisizione per individuare il vero rischio strategico, deve soppesare evidenze anche contraddittorie e formulare un giudizio non immediato. Un altro caso riguarda i workflow agentici ad alto costo dell'errore, in cui un singolo fallimento in una fase intermedia del processo può compromettere l'intero risultato finale. Vi è poi la sintesi di grandi quantità di contesto: un dossier di due diligence di 200 pagine richiede rigore analitico e coerenza lungo l'intero documento.
L'instradamento del lavoro verso la giusta intelligence è una scelta strategica, non una preferenza tecnica. Gli executive devono adottare una disciplina operativa: classificare le attività in base a complessità e rischio, assegnarle al livello di intelligenza più appropriato e poi ottimizzare e monitorare nel tempo i consumi. La parte difficile è capire quali attività generano il maggior valore.
Le organizzazioni che non riescono a distinguere tra attività routinarie e attività cognitivamente più impegnative e ad alto valore rischiano di allocare male le risorse in entrambe le direzioni: utilizzando modelli costosi dove non sono necessari e modelli meno capaci dove è in gioco un vantaggio competitivo. L'esperienza di Accenture dimostra che la capability del modello da sola non determinerà chi vince la corsa all'AI. La disciplina economica lo farà.
La stessa disciplina ha aiutato un operatore di telecomunicazioni a ridurre la spesa annua per l'AI del 68%. In entrambi i casi, il punto di svolta è stato acquisire visibilità sui consumi a livello di workflow e poi intervenire per instradare, ottimizzare o riprogettare il lavoro prima che gli sprechi si trasformassero in costi operativi strutturali.
L'imperativo per la C-suite
Nella maggior parte delle aziende, i costi dell'AI ricadono nel budget tecnologico, mentre il valore generato emerge altrove: nel servizio clienti, nell'ingegneria, nel marketing o in qualsiasi altra funzione aziendale che utilizza lo strumento. Il CFO vede i costi, il CIO vede l'utilizzo e i business leader vedono i risultati, ma raramente questi punti di vista sono collegati a livello aziendale.