Se ancora non avete sentito parlare di Internet of Things, o Internet delle cose, quel momento è arrivato.
La cosiddetta Internet of Things, o anche IoT, è accompagnata da un notevole fermento commerciale e tecnologico. Gartner ha collocato l'IoT vicino all’apice dell’hype cycle, il suo ciclo dell’euforia; praticamente ogni grande azienda tecnologica sta sviluppando un prodotto IoT; varie università statunitensi, europee e asiatiche hanno lanciato grandi programmi di ricerca e sviluppo nell'IoT; l'Unione Europea ha stanziato dei fondi per sostenere l'imponente iniziativa Internet of Things; e la Cina ha identificato l'IoT come una tecnologia di priorità nazionale.
I sostenitori dell'Internet delle cose immaginano un mondo in cui miliardi di oggetti dei tipi più disparati (fotocamere, pacemaker, etichette RFID, sprinkler antincendio, e chi più ne ha più ne metta) sono collegati a Internet, e dialogano e collaborano gli uni con gli altri.
Perché ora? Dopo tutto l'idea circola già da più di un decennio con nomi diversi — di questi "Internet degli oggetti" e "machine-to-machine"(M2M) sono solo due dei più noti — e occasionalmente è stata fonte di ispirazione per qualche barzelletta (“La sai quella del tostapane che parla con il frigorifero?”). È dunque vino vecchio in una bottiglia nuova? Oppure questo rinnovato interesse è basato su qualche significativa novità tecnologica?
A ben guardare, né l'uno né l'altro. Se da un lato i social network hanno effettivamente raggiunto la maturità a fronte del numero crescente di persone che si creano un profilo online, le reti di oggetti in comunicazione fra loro stanno proliferando man mano che il mondo si riempie di un numero sempre maggiore di sensori e di altri oggetti intelligenti a supporto di una vasta gamma di applicazioni. E tuttavia non esiste alcuna singola tecnologia identificabile chiamata IoT che supporta gli scenari incredibilmente diversi raggruppati sotto l'ombrello di questo termine.
Questo articolo si pone un duplice obiettivo: presentare una serie di esempi significativi che dimostrano che i dispositivi di varia natura che dialogano e collaborano fra loro e con sistemi informatici sono già una realtà ben concreta e sottolineare che, per raccogliere i benefici di tutto ciò, occorre sfatare quattro luoghi comuni sull'IoT.
Il passato
A metà degli anni Novanta, il World Wide Web era una rete di documenti collegati. I motori di ricerca permettevano di trovare i documenti e i link consentivano di navigare dall'uno all'altro. Ma molti tecnologi vedevano Internet come qualcosa che andava ben al di là del Web. Era ipotizzabile che Internet non fosse popolata solo da documenti, ma anche da oggetti in grado di riconoscersi, stabilire un collegamento, comunicare e collaborare?
In quel periodo stava acquisendo maggiore diffusione anche la tecnologia RFID — radio frequency identification, o identificazione a radiofrequenza — che contribuiva a conferire credibilità a questa idea. Le etichette RFID sono microchip che emettono un semplice segnale che le identifica, e possono essere applicate a qualsiasi oggetto (e così, per la proprietà transitiva, permettono di identificare l'oggetto a cui sono applicate). Il lettore che rileva il segnale non deve essere fisicamente in contatto con l'etichetta RFID, né occorre che i due siano allineati fra loro. Tecnicamente, con l'RFID è possibile inventariare in un istante il contenuto di un intero camion o perfino di un deposito.
La tecnologia ha ricevuto una bella spinta in avanti quando un grande retailer, nell'intento di rendere la sua supply chain molto più efficiente, ha annunciato che avrebbe chiesto ai suoi principali fornitori di applicare etichette RFID ai propri prodotti.
Prevedendo un'adozione su larga scala dell'IoT, i tecnologi iniziarono a proporre linguaggi per far comunicare i dispositivi fra loro e furono creati consorzi per l'Internet degli oggetti. Inoltre, molti esperti ritenevano che se ogni oggetto avesse avuto un suo indirizzo Internet unico, i circa 4 miliardi di indirizzi disponibili con lo standard Internet IPv4 non sarebbero stati sufficienti.
Sebbene questo problema potesse essere risolto con altri mezzi (come la Network Address Translation, o NAT, ovvero la traduzione degli indirizzi di rete,
una delle tecniche più usate oggi), fu sviluppato un nuovo standard, l'IPv6, con lo scopo di espandere il numero di indirizzi Internet disponibili.(1)
Perché questa lezione di storia? Per sottolineare il fatto che l'idea dell'Internet delle cose ha alle spalle una lunga storia di fallimenti e promesse tecnologiche. Nessuno degli standard proposti per supportare la comunicazione dei dispositivi ha attecchito. (2) Il grande retailer ha modificato la propria richiesta parecchie volte e circa un decennio più tardi ha implementato una supply chain basata sulla tecnologia RFID molto meno ambiziosa. Sebbene l'IPv6 abbia ormai più che superato il suo decimo compleanno, Internet continua a funzionare felicemente con l'ormai antico IPv4.
Così, a giudicare dalle esperienze passate, l'Internet of Things dà più l'impressione di essere vino vecchio, e neanche di quelli buoni, in una bottiglia nuova chiusa male.
Ubiquitarietà
Tuttavia, se oggi osserviamo in modo distaccato i dispositivi che interagiscono fra loro e con i sistemi informatici, troveremo una vasta gamma di applicazioni che spaziano su molteplici tecnologie e numerosi settori.
La tecnologia RFID probabilmente non ha rivoluzionato il mondo, ma le applicazioni basate su di essa sono nondimeno ubiquitarie. L'etichetta RFID integrata nella chiave della vostra auto fa sì che non sia possibile metterla in moto facendo contatto con i fili e portarla via senza quella chiave specifica; il vostro badge per entrare in ufficio è basato sulla tecnologia RFID, e anche nel collare del vostro cane c'è un tag RFID; gli ospedali usano le etichette RFID per rilevare e tenere traccia degli spostamenti delle risorse umane e di quelle mediche, dalle apparecchiature ai campioni di sangue, e perfino dei pazienti. Su tutt'altro fronte, negli allevamenti di pecore dell'entroterra australiano la tecnologia RFID viene utilizzata per identificare le pecore quando entrano nelle stazioni di alimentazione e, sulla base della storia medica dell'animale, erogare la giusta quantità di cibo e di farmaci.
Un po' più in alto della catena alimentare e delle etichette RFID troviamo sensori in grado di misurare uno o più parametri dell'ambiente che li circonda. Rilevatori di fumo e di movimento sono ora un elemento standard delle applicazioni di sicurezza e sorveglianza; sono sempre dei sensori che vi fanno pagare il pedaggio quando viaggiate. Dal settore bancario all'attraversamento delle frontiere, i sensori biometrici si stanno via via affermando nell'ambito di applicazioni che richiedono un'autenticazione sicura degli individui.
Nel settore delle Utilities, i contatori intelligenti (detti anche AMI, o infrastruttura di misurazione avanzata) rilevano l'utilizzo di corrente di un cliente a intervalli di pochi minuti e aiutano le compagnie elettriche nella previsione della domanda che, a sua volta, può aiutare ad assorbire i picchi di consumo secondo una logica di “peak shaving” e “valley filling”, allo scopo di ottimizzare l'utilizzo dell'infrastruttura energetica. I sensori sorvegliano impianti come gli oleodotti in ubicazioni remote per individuare incrinature, perdite, malfunzionamenti e tentativi di furto.
I “mote” (detti anche polvere intelligente) sono piccoli chip indipendenti che possono essere diffusi in una vasta area integrandosi con uno o più sensori dotati di radio e batteria. Essi si mettono in comunicazione fra loro creando una rete ad hoc; collettivamente, sono in grado di monitorare l'ambiente in cui si trovano e attivare un allarme quando rilevano condizioni anomale, come per esempio un improvviso innalzamento della temperatura in un'area estesa. Oltre alle applicazioni in ambito militare per scopi di difesa, i mote sono in fase di studio per l'utilizzo nel rilevamento e monitoraggio degli incendi nelle foreste.
Luoghi comuni
Fin qui abbiamo fatto una carrellata delle applicazioni rese possibili dai dispositivi intelligenti, dagli usi più banali quali l'identificazione e il tracciamento al controllo di processo e al processo decisionale adattivo.
Tuttavia, per mettere realmente a frutto la potenzialità di dispositivi che comunicano fra loro e generare valore di business, è essenziale sfatare quattro luoghi comuni e preconcetti errati a proposito dell'Internet delle cose.
Primo luogo comune: IoT è una tecnologia
Sebbene il termine IoT sia utile quando si fa riferimento a una vasta gamma di applicazioni basate su dispositivi intelligenti, avete forse notato che le applicazioni più sopra menzionate hanno ben poco in comune fra loro, in termini tecnologici. Perfino fra le applicazioni basate sull'RFID (che possono essere sostituire da qualunque tipo di tecnologie di identificazione, quali le strisce magnetiche e la biometrica) c'è davvero poco in comune, al di là delle etichette RFID stesse.
In altre parole, l'IoT è un concetto, non una singola tecnologia che potete acquistare in negozio.
Secondo luogo comune: IoT è l'evoluzione futura di internet
L'espressione “Internet of Things” evoca l’immagine di miliardi di oggetti che si individuano fra loro, dialogano e collaborano l'uno con gli altri attraverso Internet. (3) Questa, oltre a essere un'idea alquanto sciocca, è anche pericolosa, soprattutto se i dispositivi sono in grado di eseguire un'azione fisica, come per esempio aprire una porta, avviare un nastro trasportatore, o aprire e chiudere le valvole di una turbina idroelettrica in risposta a un comando ricevuto via Internet.
Un numero significativo di dispositivi è capace di utilizzare il TCP/IP — il protocollo di comunicazione utilizzato da Internet — per comunicare all'interno di reti proprietarie, ma questo è il massimo punto di contatto che riusciranno ad avere con Internet. In realtà molti di questi dispositivi — l'etichetta RFID delle chiavi della vostra auto, per esempio — potrebbero anche non comunicare con alcuna rete e utilizzare i protocolli di comunicazione ottimizzati per un'applicazione molto specifica.
In altre parole, nonostante il suo nome, l'Internet delle cose non ha materialmente nulla a che fare con Internet.
Terzo luogo comune: La normativa sulla riservatezza dei dati è un abilitatore fondamentale dell'IoT
Poiché i sensori sono in grado di tenere traccia delle persone e dei loro comportamenti, spesso coloro che hanno un atteggiamento più critico a questo proposito affermano che le normative sulla privacy sono un abilitatore fondamentale per l'adozione su larga scala dell'IoT. Penso che questo sia un retaggio degli albori della tecnologia RFID, quando essa veniva spesso menzionata nel contesto dei beni di consumo e del retail.
Se da un lato le applicazioni che toccano direttamente consumatori e cittadini otterranno effettivamente un impulso positivo in seguito all'entrata in vigore di una normativa soddisfacente sulla protezione dei dati personali, la maggior parte delle applicazioni IoT avranno poco o nulla a che fare con i consumatori e la riservatezza dei dati. Una compagnia petrolifera che utilizza i sensori per sorvegliare il suo oleodotto in Alaska, o un canile che utilizza i tag RFID per ritrovare i cani persi, o una società di produzione di energia elettrica che applica i sensori alle sue turbine per prevedere ed evitare potenziali malfunzionamenti — tutte applicazioni oggi già in uso — non rientrano nel campo di applicazione di queste normative o delle preoccupazioni sulla protezione dei dati.
Anche nei casi in cui la riservatezza dei dati è un aspetto importante, le aziende con un po' di immaginazione hanno sempre trovato un modo per mettere a tacere le preoccupazioni sulla privacy dei consumatori, inventandosi nuovi modelli di business. Una nota compagnia di assicurazioni americana è riuscita a reclutare dei volontari che hanno accettato di permettere a uno speciale dispositivo installato sulla loro auto di registrare le loro abitudini di guida; l'assicurazione, in cambio, offre tariffe di assicurazione più basse ai conducenti più virtuosi. Una società di emissione di carte di credito, quando riceve una richiesta per una transazione, utilizza i dati di posizionamento del telefono cellulare del suo cliente e della transazione per individuare eventuali frodi.
In altre parole, le aziende che ancora non si sono fatte coinvolgere dall'IoT perché sono in attesa della normativa sulla protezione dei dati personali potrebbero continuare ad aspettare per un bel po' di tempo.
Quarto luogo comune: IoT necessita di standard di comunicazione fra i dispositivi
Un altro aspetto di cui sentirete molto parlare nelle discussioni sull'IoT è la carenza dei necessari standard di comunicazione fra i vari dispositivi. Vero, gli standard sono necessari se alcuni dispositivi a caso devono parlare con altri dispositivi a caso via Internet. Ma, come detto prima, la maggior parte delle applicazioni IoT saranno con tutta probabilità altamente specializzate, e comunicheranno attraverso reti proprietarie.
A onor del vero, gli standard non fanno mai male e sono particolarmente utili nel caso di applicazioni che travalicano i confini delle organizzazioni e dei sistemi (come per esempio nel caso della gestione della supply chain). Ma ritengo che la fantasia dell'organizzazione focalizzata su applicazioni specifiche in settori specifici sarà un abilitatore dell'IoT molto più potente di qualunque standard generico che accomuna dispositivi eterogenei che eseguono una vasta gamma di funzioni.
Oggi molte aziende stanno ottenendo benefici significativi dalla comunicazione fra dispositivi, dal tracciamento delle risorse e l'ottimizzazione della supply chain ad applicazioni dedicate specifiche di settore come la definizione personalizzata dei prezzi.
Con il crescere dell'euforia per l'IoT — che ritengo non si farà attendere il prossimo anno — è probabile che assisteremo al consolidarsi di questi luoghi comuni. Ma Internet of Things, o Internet delle cose, altro non è che un nome d'effetto per una categoria vaga di applicazioni che coinvolgono identificatori, sensori e attuatori che interagiscono fra loro e con sistemi informatici.
Ma se proprio volete che il vostro tostapane parli con il mio frigorifero via Internet, possiamo sicuramente usare un vecchio e ben noto standard: l'esperanto.
Note:1. A onor del vero, l'IPv6 non si limita a espandere lo spazio di indirizzi, ma fornisce anche un protocollo molto più ricco a supporto delle comunicazioni via Internet.
2. eSpeak di HP ha avuto un certo seguito nel settore automotive, ma non è più supportato.
3. Le stime oscillano fra i 50 miliardi e 1 trilione di oggetti collegati a Internet entro il 2015. Per quanto da un lato io non intenda discutere sul numero di oggetti, dubito seriamente che una qualsiasi percentuale significativa di essi sarà interconnessa e azionata via Internet.
L'autore
Kishore S. Swaminathan è il chief scientist di Accenture e il global director della ricerca sulla systems integration degli Accenture Technology Labs. E' sua responsabilità definire la vision dell'azienda sul futuro della tecnologia e di stabilire l'agenda per la ricerca e sviluppo. Il dott. Swaminathan, che vive a Pechino, ha trascorso la sua carriera in Accenture impegnato nella ricerca sulle tecnologie d'avanguardia. Vincitore del premio Computerworld Smithsonian nel 2000 per la migliore applicazione dell'IT, Swaminathan ha lavorato su oltre una dozzina di progetti di ricerca e ha a suo credito altrettanti brevetti.
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